IL CAPODANNO FIORENTINO

IL CAPODANNO FIORENTINO

Visitando Piazza della Signoria a Firenze si rimane affascinati dalla bellezza delle sculture rinascimentali che da alcuni secoli dialogano all’aria aperta con l’austera facciata di Palazzo Vecchio. Salendo i gradini della Loggia dei Lanzi i nostri sguardi sono attratti dai capolavori assoluti che qui trovano degna cornice: il Perseo, il gruppo di Menelao e Patroclo, il Ratto delle Sabine. Difficilmente faremo caso ad una lapide collocata sulla parete destra della Loggia recante un’iscrizione commemorativa di un cambiamento molto importante nella storia civile di Firenze e della Toscana: l’adozione del Calendario Gregoriano.

Il testo in latino, dettato da Giovanni Lami per volere del granduca Francesco Stefano di Lorena, ci informa nella sua parte conclusiva di come “ (…) a cominciare dall’anno 1750 e d’ora in poi in perpetuo, il primo gennaio che segna l’inizio del nuovo anno presso gli altri popoli sia celebrato nel computo del tempo anche col consenso unanime del popolo toscano”

[…] VERTENTE ANNO MDCCL AC DEINCEPS
IN PERPETUUM KALENDAE IANUARIAE QUAE NOVUM
ANNUM APERIUNT CETERIS GENTIBUS UNANIMI ETIAM
TUSCORUM IN CONSIGNANDIS TEMPORIBUS CONSENSIONE
CELEBRARENTUR

Anche a Firenze ed in tutto il territorio del Granducato di Toscana, come già avveniva nella maggior parte dell’Europa del tempo, dal 1750 la data del primo gennaio veniva dunque assunta come capodanno, ponendo fine ad una tradizione secolare fortemente radicata tra i popoli toscani. Per secoli, infatti, il Capodanno Fiorentino fu celebrato il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione e dell’Incarnazione di Cristo. Questo modo di calcolare i giorni dell’anno, oggi noto come “stile dell’Incarnazione” o “ab incarnazione Domini”, ha origini remote che precedono l’Era Cristiana.

Nell’antica Roma, tradizionalmente fin dal tempo della sua fondazione nel 753 a.C., il calendario iniziava col mese di marzo (Martius), dedicato al dio Marte. Oltre che come dio della guerra e padre del popolo romano (generò Romolo e Remo unendosi alla vestale Rea Silva), Marte era anche venerato come protettore dei campi coltivati da eventi atmosferici calamitosi. Si comprende, quindi, perché a Marte fosse dedicato il primo mese dell’anno, in coincidenza con l’arrivo della nuova stagione segnato dall’equinozio di primavera ed il periodo dei primi raccolti dopo i mesi invernali. Nel calendario “moderno”oggi in uso gli ultimi quattro mesi dell’anno (settembre, ottobre, novembre e dicembre) conservano ancora nel nome il riferimento alla posizione che essi occupavano nel calendario romano rispetto a marzo, il primo mese dell’anno.

La prima importante riforma di questo modo di computare il tempo si ebbe nel 46 a.C. con l’introduzione del Calendario Giuliano, elaborato dall’astronomo egiziano Sosigene di Alessandria per Giulio Cesare. Con la riforma giuliana l’inizio dell’anno era fissato il 1° gennaio. Per compensare lo scarto fra anno solare ed anno civile, che col passare dei secoli aveva comportato un graduale spostamento all’indietro della data di inizio delle stagioni, fu introdotto un anno bisestile di 366 giorni ogni 4 anni. In questo modo tale differenza si ridusse a poco più di 11 minuti, con una precisione assai accurata per l’epoca.1

Il ritardo accumulatosi nei secoli per via di questo piccolo scarto fra anno solare ed anno civile rese necessario un ricalcolo che si concretizzò con l’introduzione del Calendario Gregoriano, ancora oggi in uso nella maggior parte del mondo. Il 24 febbraio del 1582, con la bolla Inter gravissimas, papa Gregorio XIII introduceva a correzione del Calendario Giuliano la riforma del calendario che porta il suo nome. Per recuperare i giorni perduti fu stabilito che il giorno successivo al 4 ottobre 1582 fosse il 15 ottobre. Per evitare il ripetersi di tale problema si decise che, fra gli anni multipli di 100, fossero bisestili solo quelli divisibili per 400.2 Il primo giorno dell’anno rimase il 1° gennaio, come nel Calendario Giuliano.3 La riforma gregoriana entrò in vigore immediatamente o nel giro di qualche anno in tutti i paesi cattolici. In quelli protestanti si dovette attendere oltre un secolo e nei paesi ortodossi venne accettata ancora più tardi.

Perché, allora, nella cattolicissima Toscana si continuò ad utilizzare il calendario ab incarnatione Domini fino al 1749?

Per rispondere a questa domanda bisogna considerare una serie di fattori di carattere storico, culturale e religioso. Florentia, la città dei fiori fondata dai romani sotto gli auspici del dio Marte, non poteva che perpetuare la tradizione di celebrare l’inizio del nuovo anno con il mese a lui dedicato, all’uso romano antico. Il Marzocco (Martocus, ovvero piccolo Marte) rappresenta ancora oggi uno dei simboli civili maggiormente identitari di Firenze.

In una città permeata dalla devozione mariana come Firenze, la festa dell’Annunciazione era tradizionalmente molto sentita. E al più importante santuario mariano, la basilica della Santissima Annunziata, è legata la principale ricorrenza che celebrava l’inizio del nuovo anno e la Vergine protettrice della città, nel giorno del concepimento del Salvatore. Nella basilica fiorentina, all’interno di un prezioso tempietto progettato da Michelozzo, si conserva l’affresco miracoloso che da secoli è oggetto di grande venerazione da parte di cittadini e forestieri.

La tradizione popolare narra che nel 1252, due anni dopo la posa della prima pietra della chiesa originaria (il 25 marzo del 1250), l’ordine dei Servi di Maria fondatore del santuario commissionò ad un pittore di nome Bartolommeo un affresco dell’Annunciazione. Pur lavorandovi con dedizione, l’artista non riusciva a portare a termine l’opera, non trovando degna ispirazione nel ritrarre il volto della Vergine. Una mattina, dopo essersi addormentato vicino all’affresco, si risvegliò e trovò l’immagine della Madonna miracolosamente compiuta, dipinta da mano angelica. L’eco del prodigioso evento suscitò una tale devozione che da allora in poi, nel giorno dell’Annunciazione, una folla di pellegrini si reca al santuario fiorentino per portare offerte e rendere omaggio alla Vergine. Ancora oggi il 25 di marzo la Fiera dell’Annunziata si svolge nell’omonima piazza antistante la basilica, dove bancarelle di prodotti alimentari e artigianali hanno preso il posto di candele, offerte sacre e floreali che venivano donate come ex voto alla Madonna miracolosa dell’affresco.

Accompagna la celebrazione un corteo storico di musicisti, sbandieratori e figuranti in costume che, partendo dal Palagio di Parte Guelfa e attraversando le strade del centro, raggiunge la basilica della Santissima Annunziata per recare in dono un mazzo di gigli bianchi alla miracolosa effigie della Vergine.

La data del 25 marzo, come si è detto, segnava il capodanno non soltanto a Firenze ma in tutte le città del Granducato. Il cosiddetto “stile toscano” o “dell’Incarnazione” presentava però delle differenze nel calendario in uso tra i diversi ‘popoli toscani’.

Se a Firenze il capodanno posticipava di 2 mesi e 24 giorni l’inizio dell’anno rispetto all’uso moderno, a Pisa la stessa data del 25 marzo assunta come capodanno anticipava di 9 mesi e 7 giorni quella del nostro capodanno. In altri parole, l’anno che cominciava a Firenze il 25 marzo era l’anno che a Pisa si era appena concluso.4

Una tale difformità nel modo di calcolare il tempo all’interno della stessa regione poteva facilmente generare degli equivoci. Un qualsiasi documento commerciale, civile o religioso poteva datarsi ad un anno oppure ad un altro a seconda del calendario toscano utilizzato e variare ancora l’anno di datazione se rapportato al Calendario Gregoriano, diffusamente adottato in Europa già dal tempo della sua formulazione.

Si comprende facilmente, perciò, la decisione di Francesco Stefano di Lorena di uniformare il calendario dei popoli toscani a quello già in uso fra gli altri popoli. In una società già da tempo interessata da flussi commerciali a lungo raggio, in cui merci e persone viaggiavano da una sponda all’altra del Mediterraneo, oltre che giungere dal Nuovo Mondo noto all’Occidente da due secoli e mezzo, era ormai da ritenersi anacronistico l’uso di calendari diversi che obbligava ad inutili calcoli e poteva generare equivoci. Fu così che anche la Toscana, dal 1° gennaio del 1750, si uniformò all’utilizzo dello Stile moderno, adottando il Calendario Gregoriano nei documenti pubblici e commerciali.

Duccio Tiracorrendo

AGT Firenze

1L’anno solare o tropico ha una durata media di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Aggiungere 1 giorno (24 ore) ogni 4 anni con l’introduzione dell’anno bisestile equivaleva ad aggiungere 6 ore ogni anno. Ma in realtà ai 365 giorni del calendario andrebbero aggiunte soltanto 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Rimaneva dunque ogni anno uno scarto di 11 minuti e 14 secondi circa che, col passare dei secoli, continuò a produrre uno spostamento all’indietro della data di inizio delle stagioni.

2Il 1600, il 2000, 1l 2400 ma non il 1700, il 1800, il 1900 ecc. Con l’eliminazione degli anni bisestili ‘centenari’ non multipli di 400 il divario fra anno solare ed anno civile, che nel Calendario Giuliano era di 11 minuti e 14 secondi, accumulando un ritardo di 1 giorno ogni 128 anni, si ridusse a soli 26 secondi l’anno (circa 1 giorno ogni 3323 anni).

3Secondo il cosiddetto stile moderno o della circoncisione, in riferimento alla presunta data della circoncisione di Cristo, avvenuta sette giorni dopo la nascita.

4Lo Stile dell’Incarnazione posticipato o al “modo fiorentino” era usato anche a Prato, Siena e Lucca mentre lo Stile dell’Incarnazione anticipato o al “modo pisano” fu adottato a Pisa e nella Toscana occidentale.

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